Intervista a Capua: le varianti falso problema. Vaccinare tutto il mondo.

4 Giugno 2021

Ilaria Capua, virologa di fama internazionale a capo del centro di ricerca della facoltà di Medicina veterinaria della Florida, quando risponde al telefono ha appena ritirato l’Hypatia European Science Prize in qualità di pioniera della scienza “open access”.
“Mai come in questa pandemia abbiamo capito quanto sia importante che gli scienziati lavorino insieme condividendo informazioni”. Poi il tono si fa quasi seccato quando le chiediamo di commentare gli allarmi sulle varianti, “un problema che non esiste perché i vaccini sono efficaci rispetto a tutte le mutazioni fino a ora note. La vera questione è un’altra: per debellare il virus serve investire nella ricerca di vaccini termostabili, che non abbiano bisogno della catena del freddo, che rende impossibile conservarli in quelle parti del mondo dove non arriva nemmeno la corrente elettrica”.

L’uscita dal tunnel sembra vicina, ma sulla campagna vaccinale pesa ancora l’incognita delle varianti. Quanto dobbiamo temerle?
“Le varianti non devono spaventarci più di tanto perché i vaccini che abbiamo attualmente a disposizione, quando vengono somministrati in base ai protocolli, risultano mantenere la loro capacità protettiva, riducendo la trasmissione del virus e azzerando le forme gravi di malattia per tutti i casi di varianti fin qui note. L’importante è che si faccia anche la seconda dose quando è richiesta, altrimenti il livello di protezione potrebbe non essere sufficiente. la priorità è impedire che le persone continuino ad ammalarsi mettendo a rischio la tenuta degli ospedali, e questo si ottiene con la vaccinazione. Quello delle varianti è un falso problema”.

Cosa direbbe a un genitore per convincerlo a vaccinare il figlio adolescente?
“Nulla, perché saranno i ragazzi a chiedere di potersi vaccinare quanto prima. Mia figlia si è prenotata il primo giorno in cui quelli delle sua età ne hanno avuto l’opportunità. I giovani hanno capito che solo vaccinandosi possono proteggere i loro familiari e riprendere una vita più simile a quella pre-pandemica”.

A proposito di libertà, quella di poter andare in giro senza mascherina quando la riconquisteremo?
“Quando a furia di incontrare semafori rossi, ossia persone immunizzate, il virus passerà da una fase pandemica ad una endemica, come lo sono il morbillo, la varicella o l’influenza. Una volta tolto l’obbligo bisognerà continuare a usare il buon senso. Se sto in fila con dieci persone vicine anche all’aperto è meglio metterla”.

E al chiuso?
“Sono appena un paio di giorni che contiamo le vittime non più a tre ma a due cifre. Continuiamo così per almeno due mesi e ne riparleremo.

Ha senso parlare di immunità di gregge senza vaccinare il resto del mondo?
“Il problema di fondo è che non siamo attrezzati per immunizzare oltre 7 miliardi di persone. Per fare questo, al di là di qualsiasi decisione si voglia assumere sui brevetti, bisogna mettere a punto vaccini che non hanno bisogno della catena del freddo per essere trasportati e conservati, perché in tanti parti del mondo non arriva nemmeno la corrente elettrica. Bisogna investire risorse per finanziare la ricerca di vaccini che si conservano a temperatura ambiente. Posando lo sguardo su tecnologie anche diverse da quelle biomediche, come le nanotecnologie, vaccini in stampa 3D, microchip di grafene”.

Lo si fa facendo?
“Fino a oggi sono stati solo i Paesi in via di sviluppo a chiedere di investire su questo tipo di vaccini. Se vogliamo sconfiggere questa, come altre pandemie, quella richiesta deve diventare una priorità per tutti”.

In questi giorni si è tornato a parlare di virus sfuggito dai laboratori: tesi credibile?
“Nulla indica che si sia trattato di un virus creato in laboratorio. È possibile che un virus comunque naturale abbia infettato qualcuno che lo ha poi trasportato fuori dal laboratorio. Mi chiede invece se sia ancora accettabile che in alcuni laboratori sia consentito manipolare dei virus e magari renderli più trasmissibili o virulenti. Credo che determinati tipi di ricerca andrebbero rivalutati, sopratutto quando il rapporto rischio-beneficio di queste sperimentazioni diventa sfavorevole.

Da Stamina al Covid com’è cambiato il rapporto tra scienza da una parte, politica e opinione pubblica dall’altra?
Tra tante disgrazie e dolori il Covid ha portato anche un rafforzamento dell’interesse verso la scienza. È un cambiamento che va colto per alfabetizzare scientificamente il Paese. Riguardo al rapporto con la politica, diciamo che gli scienziati sono stati consultati. Ma poi non sempre le scelte sono state in linea con le loro indicazioni”.

La pandemia può essere un’opportunità anche per rilanciare la ricerca in Italia?
“Il futuro della ricerca è nei network. Per rendere l’Italia competitiva occorre abbattere la burocrazia che ostacola la partecipazione dei giovani ricercatori in queste grandi reti. Servono idee nuove e interdisciplinarità, perché c’è più da scoprire dall’interstizio tra una disciplina e l’altra che non dentro gli steccati di ciascuna. E poi torniamo a mandare in giro i giovani ricercatori a formarsi. Magari lasciando che in collegamento da remoto ci siano i più anziani”.

Lei è stata appena premiata a Barcellona con l’Hypatia European Science Prize, come pioniera della scienza “open access”. Quanto è importante la condivisione delle informazioni per il progresso della ricerca e i brevetti in questo senso sono un ostacolo o un incentivo?

“La pandemia ci ha fatto capire quanto sia importante lavorare tutti insieme. Quindici anni fa il mio laboratorio scoprì la prima “variante africana” dell’aviaria. Quella sequenza invece di finire in database chiusi fu messa a disposizione di migliaia di ricercatori che potevano scaricarla nell’arco di poche ore. Oggi tanti scienziati hanno condiviso quel mio gesto e questo ha consentito di affrontare con armi molto più affilate la pandemia. Ma sui brevetti dico che la ricerca va anche protetta per garantirne in futuro il finanziamento”.

 

 

X